mercoledì 1 ottobre 2014

il talento di Stefan Kozlov, svolta nel panorama tecnico USA

E' già ottobre. Mentre i top players sono in campo in Asia tra Pechino e Tokyo, con il solito Nadal dirompente al rientro ed il resto della truppa a caccia di punti preziosi in ottica Masters, in Europa ed America si stanno disputando alcuni Challenger molto interessanti. Tanti gli incontri ricchi di spunti, come quello che oggi andrà in scena a Mons tra il bizzarro Dustin Brown ed il promettente Alexander Zverev, match potenzialmente esplosivo. Quando domenica scorsa scorrevo il tabellone di Sacramento, lo sguardo si è fermato di colpo all'undicesimo slot: Ryan Harrison vs Stefan Kozlov. In un batter d'occhio s'è accesa la luce, mille pensieri hanno iniziato a scontrarsi e stuzzicarmi. Mai il tennis USA è andato male come quest'anno, inanellando una serie di record negativi da far rabbrividire. Per ora tutta la nuova generazione ha fallito. Troppo poco i progressi di Johnson e Sock, bravi ragazzi ma dotati di qualità non sufficienti per sperare in chissà cosa. In questo contesto negativo, ecco che arriva il match tra Ryan e Stefan, una partita ricca di significati, forse l'ideale passaggio di consegne tra speranze. Quello che doveva esser il nuovo traino del tennis yankee (Harrison) e che invece è mestamente fermo nelle retrovie, contro un teenager di grandissimo potenziale (Kozlov) che si è formato in modo totalmente diverso. Due connazionali sviluppati seguendo filosofie assai lontane. Sono riuscito a vedere solo alcuni sprazzi del loro match, vinto in tre set da Kozlov; ma più che il risultato, mi ha colpito la sensazione generale di netta superiorità tecnica (e anche di pura qualità fisica) di Stefan rispetto alla potenza, rigidità e scarsa flessibilità di Ryan. I due messi a confronto sono uno specchio ideale del perché gli USA abbiano fallito nell'imporre la loro ultima generazione, e del perché in Kozlov ci siano invece gli ingredienti per far bene.
Il tennis è molto cambiato in pochi anni, diventando assai veloce e richiedendo delle qualità atletiche importanti sul piano della velocità pura, della reattività e della resistenza; inoltre si scambia molto (fin troppo...). E' necessario essere mediamente più completi sul lato tecnico perché è basilare sapersi difendere e ribaltare gli scambi, resistendo a lunghe schermaglie. In questo la scuola americana si è persa per strada, restando ancorata a dei canoni che sono diventati obsoleti, ferma nel produrre grandi picchiatori, troppo pesanti, poco agili e con difetti tecnici evidenti. Una specializzazione estrema che non paga più come una volta.
In questo Kozlov è molto diverso: è più completo e interessante, probabilmente più adatto al tennis di vertice attuale se continuerà a crescere sul suo percorso. Non è un gigante, ma rispetto alla generazione precedente, che non ha portato a nessun giocatore davvero di alto livello (per ora), in Kozlov c'è una differenza netta: è un tennista più leggero ma assai più veloce, più agile e più reattivo.
I vari Harrison, Kudla, Sock e compagnia sono grandissimi picchiatori ma troppo limitati sia sul piano tattico (grande servizio a sfondare e botta di dritto), che sul piano tecnico (quasi sempre il rovescio), e soprattutto sono poco flessibili. Sono atleti discretamente veloci ma non così reattivi nel breve e quindi vanno in difficoltà appena li si sposta, quando non riescono a sparare le proprie bordate dalla posizione di campo preferita. Questo è un limite enorme nel tennis attuale poiché mediamente la palla ti torna indietro molte volte, visto che il tour è dominato da giocatori rapidi, bravi in difesa e pronti a soffrire e ribaltare gli scambi; e quindi una volta presa una posizione ideale scaricano un drittone che mette in difficoltà chi non è così agile, reattivo e resistente. L'ultima generazione di yankee in difesa è mediamente carente, per limiti tecnici, di tocco e in particolare di mobilità. E tutti davvero poco duttili tatticamente.
Kozlov invece sembra un'evoluzione assai più moderna da questo punto di vista. Non è fisicamente una “bestia”, non è altissimo, ma in campo è estremamente più veloce con i piedi. E' molto più agile dei suoi connazionali “fermi al palo” e quindi più pronto a scattare e reggere lunghe schermaglie di ritmo. Inoltre ha due fondamentali più bilanciati, tanto che cerca spesso e volentieri il vincente anche col rovescio, che trova con ottimo timing e sensibilità.
Vedendo alcuni suoi match recenti, proprio sul rovescio più volte mi ha sorpreso con uno schema totalmente “agassiano”: servendo da sinistra, tira un servizio kick a buttare fuori l'avversario, quindi piedi sulla riga di fondo ad anticipare col rovescio, e via un lungo linea retto, secco a due dita dalla riga laterale, imprendibile. Una meraviglia. Una novità rispetto agli ultimi yankee che tirano quasi solo di dritto.
Tornando al tennis di Kozlov, che ancora in pochi forse conoscono vista la giovanissima età del ragazzo (classe 1998), la caratteristica che più mi intriga è sua la velocità d'esecuzione in ogni fase di gioco, grazie a fluidità e senso del ritmo. E' rapidissimo coi piedi nel cercare la palla, arriva quasi sempre con buon anticipo eseguendo swing corti, con apertura minima e con un rilascio della racchetta altrettanto fulmineo, in tutte le situazioni di gioco. E' un segno evidente di talento tecnico e di un senso innato per l'impatto. Vedendolo colpire non si avverte mai una sensazione di sforzo o fatica nella spinta, gioca “facile”, facendo correr via la testa della racchetta a disegnare angoli interessanti, spesso vincenti.
Come tipologia è un produttore di gioco a tutto campo, che ama trovare il vincente dopo 2-3 colpi e governare ritmi ed angoli. Possiede così tante armi che può farti il punto da ogni posizione: risposta aggressiva, dritto in cross in progressione (meglio dell'inside out per come usa il polso e ruota nel chiudere l'impatto), rovescio lungo linea da favola. Non ha importanti lacune tecniche, è molto completo. Vista la giovanissima età, deve migliorare nella potenza e nella lunghezza delle varie esecuzioni, riuscendo a produrle con continuità anche sotto pressione. E' il classico salto di qualità tra tennis del piano di sotto e quello del piano di sopra, normalissimo alla sua giovane età. Ama spingere, disegnare il campo con i fondamentali e non disdegna nel venire avanti a raccogliere il frutto della spinta, anche se in quest'aspetto deve migliorare perché contro i Pro dovrà imparare a scegliere meglio i tempi dell'attacco, oggi fin troppo garibaldini... E affinare pure il tocco sul net.
La sua tecnica di gioco è notevole, figlia del superbo mix tra scuola russa ed americana, grazie agli insegnamenti del padre russo nell'accademia fondata in Florida. Aggressività tutta yankee, pulizia di gioco ed impatto molto russa.
Il servizio non è ancora in grado di fare la differenza nel mondo Pro di alto livello, ma l'impostazione tecnica è notevole e ci sono le basi per riuscire ad aggiungere “dinamite” a volontà. Tutto il movimento è estremamente rapido e fluido, senza dispersione di forza. Parte con le gambe ben divaricate, che unisce per darsi spinta; il corpo si raccoglie e la schiena di inarca quel che basta, con la racchetta che esegue un veloce mulinello dietro per portarsi perpendicolare al terreno nel momento in cui la palla tocca il punto più alto (non altissimo). Senza mai un attimo di pausa tutto il corpo spinge in alto, dai piedi, passando per le ginocchia e le spalle, che si ribaltano assecondando una frustata veloce della racchetta verso la palla. E' molto interessante la fase appena antecedente a quella di impatto, l'attimo in cui la palla è al massimo dell'altezza e il corpo è “carico”, pronto a scattare: pur con il peso sulle punte dei piedi, la schiena abbastanza inarcata ed il braccio-racchetta ben dietro, la posizione è totalmente centrale, in equilibrio. E' questo il segreto di un ottimo servizio, la capacità di trovare equilibrio in ogni istante di una fase dinamica, incluso il minimo stop che prepara l'impatto senza interrompere la catena cinetica del movimento. Questo conferisce a tutta l'esecuzione quel quid per risultare efficiente ed efficace, ed è la base ideale su cui lavorare per aggiungere altra velocità, muscoli e quindi pesantezza alla palla, incrementando via via tutti i fattori. Non mi stupirei se tra qualche anno Kozlov avesse un ottimo servizio nonostante misure non proprio da corazziere. Come soluzioni ama molto lo slice ad aprirsi il campo, per mettere i piedi sulla riga e prendere possesso del gioco con un colpo in anticipo, non subito a chiudere ma ponendo l'avversario in condizioni difficili.
Anche il dritto è un colpo molto rapido, che esegue con apertura minima e senza un momento di pausa. Apre con una posizione a metà tra closed e open stance, quindi ruota a tre quarti il busto con la racchetta che esegue un breve e velocissimo anello alto dietro, e scende in un lampo per proiettarsi dentro alla palla. L'impatto avviene appena davanti all'anca con il polso che conferisce un minimo di spin di controllo, ma senza esagerare perché la palla scappa via piuttosto retta. La corsa della racchetta termina lateralmente in basso insieme alla totale rotazione del busto, segno di una frustata micidiale. E' un'esecuzione molto interessante nella spinta perché con quella velocità e brevissima apertura la lettura della direzione per il rivale è molto complicata. Quando Kozlov riesce a prendere il controllo delle operazioni col dritto può fare molto male, visto che trova ogni angolo con buon agio. La soluzione in cui mi pare più letale è il cross stretto in contropiede sparato dal centro dopo aver già martellato l'avversario sul dritto; in questa situazione Stefan riesce letteralmente a divorare la palla, trovando una traiettoria ancor più veloce e più stretta, davvero letale. Più complicato con il suo velocissimo swing la difesa su palle molto cariche, poiché deve saltarci sopra perdendo di potenza (visto che non riesce ad entrare nella palla pienamente in anticipo) e anche di controllo. In questo deve migliorare nettamente, trovando qualche aggiustamento.
Il rovescio è un colpo forse un filo meno sicuro ma estremamente interessante e con enorme potenziale di crescita, eseguito con una tecnica che farà sobbalzare i fans di Agassi. In alcuni passaggi è impressionante la similitudine con i rovesci del grande Andre per come arriva sulla palla, apre con le braccia ben distese e quindi porta la testa della racchetta ad un impetto ben avanzato, secco, precisissimo, senza alcuna dispersione di forza o squilibrio. Al momento dell'impatto il corpo quasi si ferma, si alza sulle punte dei piedi e diventa perno mentre le braccia comandano la racchetta nell'aggredire la palla, spedita retta e ficcante a tagliare il campo del rivale. Ancor più impressionante la similitudine con Agassi per la “frenata” prima dell'impatto: quando Kozlov arriva in corsa sul lato sinistro possiede un footwork clamoroso, fatto di piccoli passettini ad alta frequenza che gli permettono di frenare ed arrivare composto, in equilibrio e con il timing ideale per l'impatto anche dopo qualche metro di scatto. In questo Agassi è stato maestro e rivedo una qualità del genere in Kozlov. Vista la facilità con cui il giovane americano trova il lungo linea, questo potrebbe diventare un colpo fondamentale per spaccare lo scambio contro i classici picchiatori che tendono a spostarsi per tirare il dritto inside out. Quando stacca la mano sul rovescio la sensibilità è notevole, ma la palla ancora non gli esce così lunga e bassa, è una fase di gioco che deve assolutamente migliorare e che potrebbe diventare un'arma tattica per spezzare il ritmo agli avversari e così guadagnare tempo e spazio per riprendere in mano gli scambi in cui finisce in difesa.
In risposta è molto aggressivo, piedi quasi in campo e via, lascia andare il braccio spesso a tutta cercando la riga, forse con fin troppa nonchalance visto che il numero di errori è ancora alto. Necessario lavorare per ridurli, senza però castrare la sua vena creativa, quella di uno che sente la palla, sente il campo e lo vuole dominare in lungo e in largo.
Grande talento e potenziale, ma la strada è piuttosto lunga. Prima di vederlo competere con successo negli ATP ci vorranno almeno un paio d'anni, a meno che non stupisca tutti con una crescita sorprendente. Delle nuovissime leve è probabilmente quello che gioca a tennis meglio di tutti, forte di una base tecnica sopraffina, di una visione di gioco molto aggressiva e completa in ogni settore. Deve crescere ovunque, nella pesantezza di palla, nella intensità di gioco, nella abilità di passare da difesa ad attacco. Altra fase in cui deve crescere è quella del colpo interlocutorio, di puro scambio quando è messo sotto pressione. Infatti in quella situazione ha la tendenza a tirare colpi un po' corti e centrali, senza grandi rotazioni, che possono essere facilmente aggrediti da avversari veloci e aggressivi.
Ma il vero punto di domanda sulla sua reale possibilità di diventare un campionissimo sono relativi al suo fisico: velocissimo, esplosivo, completo, ma piccolo. In un tennis di vertice così sbilanciato sul piano atletico, potrebbe essere un limite enorme, come lo è ad esempio per Goffin, talento tecnico sopraffino ma imprigionato in una struttura troppo minuta e fragile per diventare dominante. Kozlov è un classe 1998. Potrà forse crescere qualche centimetro ma difficile che arrivi molto oltre i 180 cm, e la sua costituzione pare di quelle massicce, con la tendenza ad appesantirsi. Sarà interessante e molto delicato vedere come i suoi tecnici sapranno gestire l'ultima fase dello sviluppo. Infatti dotarlo di una muscolatura più potente è vitale per dargli una palla più pesante, ma il tutto andrà programmato senza esagerare perché una delle sue qualità principali è e deve restare la velocità di base e di esecuzione, e troppa massa lo potrebbe penalizzare. Inoltre Kozlov è del tutto da scoprire sul piano agonistico, quando si troverà di fronte gente tosta ed esperta, pronta alla pugna e capace di sporcare il suo gioco così fluido e veloce.
A sentirlo parlare, pare uno con obiettivi molti chiari. Nato in Macedonia ma con entrambi i genitori russi, dice “Sono americano, ma le radici russe sono importanti. Soprattutto mio padre è piuttosto duro ed io credo di esser un po' come lui, bello tosto...”. Il padre dirige un'accademia in Florida, l'ha cresciuto e modellato tecnicamente facendo enorme attenzione ai fondamentali del gioco e non sbilanciandolo in un aspetto a discapito di altri. Ora è seguito da Nicolas Todero. “Nei miei sogni gioco come Federer, è lui il mio punto di riferimento...”. Ambizioso di qualità, e consapevole dei propri mezzi: “Amo colpire la palla piatta, cercare il vincente. In passato mi hanno detto che assomiglio a Tomic, in realtà non mi rivedo affatto in lui, credo di esser più aggressivo. Il mio obiettivo? Vincere. Più Slam spero, sono molto competitivo, voglio lasciare un segno in questo sport”.
Che piaccia o no, il mercato americano resta il più grande, il più importante, quello chiave anche nelle scelte geopolitiche del nostro sport, ed avere almeno un grande tennista USA è vitale per tutto il movimento. In momento storicamente delicato, forse il punto più basso mai toccato dagli Stati Uniti nel tennis, Kozlov potrebbe essere la risposta, la vera evoluzione del tennis americano verso quel che oggi il tour di vertice chiede. Lui sembra avere le spalle piuttosto larghe ed un carattere abbastanza tosto. Gli servirà per reggere una pressione terrificante.

Marco Mazzoni

venerdì 19 settembre 2014

Spacca Palle: Davis in Kazakistan, alla scoperta di una nuova frontiera

Ginevra è stata un sogno per l'Italdavis. Una semifinale storica contro il “dream team” Federer – Wawrinka, in un weekend aspettato da mesi (forse troppi) e vissuto intensamente da ospiti in un'arena tanto brutta quanto colorata, davvero poco “svizzera” come aplomb. Resterà un bel ricordo, nonostante la sconfitta. Era difficile chiedere di più ai nostri. Bolelli non ha sfigurato contro Federer ed abbiamo vinto un doppio tirato portando la sfida al terzo giorno. Forse da Fognini ci si aspettava almeno una reazione nervosa contro un Wawrinka micidiale al servizio, ma alla domenica Fabio ha giocato un terzo set super contro Roger, riscattandosi. Il 2014 resta il nostro miglior anno in Davis dal 1998, anno della nostra ultima finale a Milano, prima dell'incubo della serie C e la lenta risalita.
Appena il tempo di archiviare la semifinale e già a Dubai è stato sorteggiato il tabellone 2015. Andremo in Kazakistan in una trasferta non facile, affascinante per il contesto totalmente nuovo, tutto da scoprire. Restando sul piano meramente tecnico, poteva andare meglio (Belgio), ma poteva andare anche molto peggio. Un'eventuale trasferta in Australia su erba sarebbe stata complicatissima, ad esempio.
Il team Kazako è composto (per la classifica di questa settimana) da 3 top100, giocatori di talento ed imprevedibili come il “russo piemontese” Golubev, Kukushkin e l'emergente Nedovyesov, buono soprattutto in doppio ma potenzialmente anche singolarista. A completare il team Evgeny Korolev, discreto talento che si è perso per strada (anche per problemi fisici) dopo una crescita promettente. E' una squadra singolare, composta totalmente da russi e ucraini emigrati nell'ex paese sovietico a suon di dollari (ma guai a chiamarli “mercenari”, il tema è piuttosto sensibile e ci tornerò più avanti...), e che soprattutto in condizioni indoor possono esaltarsi e farti vedere i sorci verdi, grazie anche ad un contesto perennemente infuocato. Chiedere a Federer e compagni, che lo scorso aprile sono stati ad un passo da una clamorosa eliminazione. Golubev con quel dritto pazzesco ed un ottimo servizio è capace di strappi micidiali: se trova la trance agonistica e sente bene la palla può diventare a tratti ingiocabile. Meno esplosivo ma altrettanto insidioso Kukushkin, ancor più in un contesto unico come quello della Davis che tende ad esaltare e sovvertire i valori del tour. I nostri sulla carta sono giocatori più completi, più versatili e probabilmente migliori, ma servirà una squadra compatta, solida, pronta a lunghe battaglie in condizioni difficili, probabilmente su di un campo in cemento molto rapido. Più che l'aspetto tecnico potrebbe essere determinante quello fisico e mentale, oltre che l'ambiente. Fognini resta la nostra punta di diamante, dobbiamo augurarci che arrivi alla sfida in buona condizione atletica e sereno. La speranza è che Seppi possa ritrovare il suo miglior tennis (indoor è forse la sua condizione ideale) e magari quel fuoco agonistico che in Davis ha smarrito. Ancor più importante sarà la condizione di Bolelli, visto che potrebbe essere uomo da singolare e da doppio. Ovvio augurargli la salute atletica e la forza di continuare a cavalcare l'onda positiva. Il doppio potrebbe essere il punto decisivo. Loro sono forti, e scendere in campo alla domenica in vantaggio o sotto 2-1 potrebbe fare enorme differenza.
E' forse troppo ardito andare già oggi a scrutare il tabellone del World Group sugli ipotetici quarti finale, ma provandoci non è andata affatto male. Evitate Francia e Svizzera, avremo in caso di passaggio del turno la vincente tra Rep. Ceca e Australia. Con i cechi favoriti dal fattore casa nel primo turno, li ospiteremmo a casa nostra, certamente sul rosso dove Berdych è vulnerabile (vedi batosta presa venerdì scorso contro Gasquet), così come il loro secondo singolarista (Rosol, o eventualmente Vesely). Vedremo.
La trasferta in Kazakistan oltre all'aspetto sportivo è molto intrigante per il fattore ambientale. Sarà l'occasione per aprire una piccola finestra su di un mondo poco conosciuto, quello del paese asiatico e di Astana, un luogo che sfido chiunque a trovare sulla cartina geografica senza indugio, come faremmo per Londra, New York o Rio de Janeiro. Del resto di turismo italico o internazionale da quelle parti ce n'è ancora poco, riservato a veri avventurieri (magari tostissimi bikers alla ricerca delle “rotte della Seta” di Marco Polo) o lungimiranti imprenditori, anche se il paese sta cercando di aprirsi al mondo visto il suo enorme tasso di sviluppo economico ed i grandi investimenti in infrastrutture e visibilità. Chi ha avuto il coraggio di avventurarsi fin là è tornato con un carico di esperienze notevoli. La natura è estrema: si passa da una sterminata steppa arida a zone verdi e rigogliose, con splendide tracce della sua storia millenaria e delle tante influenze che hanno plasmato il paese – in primis quella islamica. La popolazione è varia come etnie, fiera delle proprie tradizioni e molto ospitale, pronta a vivere un futuro tecnologico in mezzo a sapori forti e tradizioni antichissime lasciate da arabi, ottomani, russi, mongoli e tanti altri ancora. Chi pensa ad Astana (la nuova capitale) e al paese come una landa desolata abitata da poveri allevatori ha un'immagine molto lontana dalla realtà attuale. Quella è una cartolina antica, delle immense lande semi desertiche che riempiono gli spazi sterminati (è la nona nazione più estesa al mondo, la più grande senza uno sbocco sul mare!) o del periodo post sovietico, che ha ingrigito tutto. Oggi il Kazakistan sta cambiando faccia velocemente, sfruttando gli enormi introiti delle sue immense ricchezze minerarie. Astana è un cantiere a cielo aperto, in cui svettano edifici avveniristici con uffici delle più importanti compagnie nazionali ed internazionali, inclusi shop all'ultima moda e ristoranti che si sono accaparrati (con lauti ingaggi) i migliori chef internazionali, per servire una cucina gourmet fusion soprattutto a ricchi uomini d'affari che spesso viaggiano da queste parti. Pure la night life pare sia molto vivace, animata da showgirls che niente hanno da invidiare a quelle delle principali mete turistiche mondiali. Si lavora a 360°, come ad esempio per trasformare il paese nel principale polo sciistico asiatico. I soldi per gli investimenti non mancano. Infatti in termini di risorse naturali il Kazakistan è il paese con la maggiore ricchezza pro capite al mondo, anche se come tutti i paesi in via sviluppo la distribuzione della ricchezza è totalmente diseguale, come la corruzione dilagante e un regionalismo profondamente radicato e che ostacola l'integrazione. Eppure la “vecchia” Europa ha capito immediatamente il ruolo strategico del paese per le sue ricchezze energetiche, tanto che i leader occidentali più volte hanno incontrato il discusso Presidente kazako Nazarbayev per implementare ed arricchire collaborazioni e investimenti. Il Kazakistan non nasconde l'ambizione di diventare paese leader nell'area, forte delle sue ricchezze e spregiudicato negli investimenti. Anche nello sport. Il nome Astana è notissimo agli appassionati del ciclismo grazie al Pro Team, squadra di cui ha fatto parte Alberto Contador, Aleksandr Vinokurov e il nostro Vincenzo Nibali, vincitore della Vuelta di Spagna 2010, del giro d'Italia 2013 e Tour de France quest'anno.
Il tennis è la punta di diamante dello sviluppo sportivo e dell'immagine internazionale del Kazakistan. Fino a pochi anni fa il nostro sport nel paese era praticamente sconosciuto. Di campi ce n'erano pochissimi, in terra ma... non la terra battuta a noi amica,bensì una strana sabbia biancastra che i venti spazzavano via inesorabilmente. Racchette e palle erano scarti dalla Russia o fondi di magazzino presi chissà dove. Il settore tecnico era inesistente, come la cultura del gioco e il livello internazionale. Fino all'esplosione massiccia grazie all'intervento di Bulat Utemuratov, un miliardario uomo d'affari kazako e consigliere del presidente Nursultan Nazarbayev. Utemuratov, ottavo nel listino degli uomini più ricchi del mondo nel 2009 per Forbes, è letteralmente malato di tennis, un po' come lo fu Boris Yeltsin, decisivo all'enorme sviluppo nei 90s del tennis in Russia. Utemuratov fu nominato a capo del tennis kazako, e liquidò le sue azioni dell’Atf, quinta banca del Paese, investendo pesantemente nel “progetto Davis”: entrare prima possibile nel World Group e quindi cercare di vincere la coppa, massimo in 10 anni. Come fare, partendo da zero? Semplice: si compra. Tutto. Tecnici, materiali, campi, persino giocatori perché di aspettare non aveva proprio voglia, come tutti i neo-ricchi russi, profeti del tutto e subito, del “tutto ha un costo, e noi paghiamo...”. Fu attuata una politica spregiudicata di nazionalizzazione di giocatori russi (e qualche ucraino) “disponibile”, grazie anche ad ottimi rapporti con la ferdetennis russa, che lussureggiando con tanti giocatori acconsentì volentieri a mollarne qualcuno – politica poco ben poco lungimirante...
Il business plan fu ben congegnato. Primo passo: le strutture. Campi costruiti a iosa, ovunque, anche in zone remote che necessitavano con urgenza di strade o acquedotti. Oltre alla diffusione capillare per creare un paese “tennis oriented”, si sono costruiti alcuni centri tecnici e strutture d'eccellenza, per far fronte al clima estremo (freddissimo d'inverno e caldissimo d'estate) del paese, come l'incredibile Astana’s Daulet Tennis Complex. Costruite anche foresterie e alloggi, il paese è enorme e gli spostamenti non sono facili. Quindi si passò ai tecnici: furono ingaggiati moltissimi allenatori per costruire una base nel paese, inclusi alcuni tecnici di altissimo livello per i “neo Kazaki” in arrivo, per far credere loro nel progetto, che questo non era una capriccio di un annoiato uomo d'affari ma la volontà di creare un sistema tennis, di massimo livello e vincente. Tra i tecnici, uno dei più noti è stato Eric Van Harpen, ex coach di Arantxa Sanchez, Conchita Martinez ed Anna Kournikova, impegnato molte settimane all'anno con la federtennis kazaka. Un paio d'anni fa disse:“Senza Bulat, il Kazakistan non sarebbe sulla mappa del tennis! Vero che sono state investite somme enormi, impossibili per la maggior parte dei paesi, ma il progetto è serio, la passione enorme e c'è tanta voglia di fare bene”. Però quando si cerca di indagare di più sulla “campagna acquisti” giocatori, ossia coloro che hanno cambiato passaporto, tutti tendono a glissare. La faccenda non è chiarissima, anche se per uno nato in un paese ex URSS il cambio di nazionalità anche a livello legale è piuttosto semplice. Le voci in merito non sono tutte concordanti. Alcuni in Russia non l'hanno presa così bene, altri invece hanno quasi incoraggiato il sistema kazako, come il capitano di Davis russo Shamil Tarpischev che nel 2010 dichiarò alla tv: “Il sistema ha aiutato molti tennisti nati in Russia a crescere, grazie agli ingaggi da parte della federazione kazaka. Tutto il movimento ne beneficerà”. Sulla stessa lunghezza d'onda la campionessa di Roland Garros Anastasia Myskina: “Il denaro è un fattore decisivo nel tennis, inutile prendersi in giro. Un giocatore per crescere e poi mantenersi deve girare, avere un coach, un fisioterapista, uno staff, delle strutture in cui allenarsi. In Russia in questo momento la situazione è bloccata, molti tecnici sono andati via e non c'è più il fermento di qualche anno fa. Il Kazakistan è un paese amico, vicino, che ha investito tanto ed è giusto che abbia buoni giocatori, anche se nati in Russia”. Non solo uomini. Tante sono le ragazze russe diventate kazake, come Yaroslava Shvedova (passata all'onore della cronaca anche per il suo clamoroso “Golden set” rifilato alla nostra Errani a Wimbledon...) o la giovane promettente Yulia Putintseva. Proprio la moscovita Shvedova ha dichiarato tempo fa: “Non ero una top player per la federtennis russa, così mi ha dato via libera. Adesso non ho più pensieri sul lato economico e per le strutture dove allenarmi, e così sono totalmente libera e concentrata sul mio gioco”. Zero pensieri economici... ma quanto guadagnano questi nuovi kazaki per aver accettato il “disturbo” del cambio di nazionalità? Nessuno ha confermato, ma si parla di 1 milione di dollari all'anno, ottenendo una base di risultati minimi. I vari kazaki sono totalmente abbottonati sul tema, come Evgeney Korolev che intervistato qualche anno fa sul tema rispose seccamente “1 milione? Non lo posso dire... ma posso affermare che sono russo e sarò sempre russo. Questo è un business. Ho ricevuto un'ottima proposta dalla federazione kazaka e sono felice di rappresentarli. Stanno costruendo città, non solo campi da tennis, è gente ricca e ambiziosa, e si prendono cura di noi tennisti, si informano di cosa abbiamo bisogno e provvedono, tutte cose che in Russia non erano più possibili...”. Rincara la dosa la Karatantcheva, che nel 2012 disse: “Il centro di Astana sembra il paradiso. Van Harpen ha pazienza e conosce il gioco, qua sì che un tennista può crescere bene”. Però i metodi adottati dal sistema junior sono selettivi: “Ti danno tutto, supporto tecnico, strutture, ma devi migliorare e dare il massimo. Se in un anno o poco più non cresciti, sei out” dicono i tecnici, oggi presenti in tutte le aree del paese grazie a centri periferici che sono stati costruiti ovunque. Nota la storia di Golubev, che è cresciuto a Bra fin da giovane con l'ottimo coach Puci. Proprio il “kazako piemontese” è molto positivo sulla crescita del tennis nel suo nuovo paese: “Il processo di crescita del tennis in Kazakistan è cosa recente, ma ci sono tutte le condizioni perché abbia successo, ed in tempi piuttosto veloci. I migliori giovani sono spesso a contatto con noi, vedono come lavoriamo e quel che serve per emergere, e di sicuro faranno tesoro di tutte le risorse messe loro a disposizione per crescere. Il mio consiglio a loro è quello porsi alti obiettivi e non lasciare niente di intentato per raggiungerli”.
L'enorme fermento tecnico pare stia riscuotendo successo nel paese. Da sport praticamente sconosciuto, oggi tutti seguono il tennis in tv, come dimostra il fatto che il Kazakistan sia il paese che negli ultimi anni ha avuto il maggior tasso di sviluppo al mondo nella diffusione di satelliti e tv via cavo, proprio per seguire i loro beniamini armati di racchetta. Del resto un cittadino medio negli ultimi 20 anni ha visto aumentare il proprio reddito pro capite del 1200%, incluse la possibilità di viaggiare al di fuori del paese per scoprire il mondo, anche grazie alla passione per il tennis. Non è un caso che le agenzie di viaggi offrono pacchetti per Londra, Parigi, New York ecc. proprio in occasione dei più grandi tornei, e sono i più richiesti in assoluto.
Chissà quanti dei nostri tifosi andranno l'anno prossimo in Kazakistan a seguire gli azzurri. Di sicuro sarà un viaggio non banale, e chissà, magari vincente...

mercoledì 10 settembre 2014

Spacca palle: La “mano” di Ivanisevic e Chang su Cilic e Nishikori

Dicembre 2013, non manca molto a Natale. Un gradito “regalo” per scaldare gli animi in off-season arriva sul lato coach. Al vertice si scatena una piccola ed intrigante rivoluzione, del tutto inattesa. Novak Djokovic annuncia di aver scelto nientepopodimeno che Boris Becker come nuovo mentore, inserendolo nel suo collaudato team “per dare una prospettiva diversa al mio gioco”. Poco dopo ci pensa Roger Federer a dare un'ulteriore scossa, chiamando personalmente Stefan Edberg ed invitandolo nel suo feudo invernale di Dubai per una settimana di lavoro, e quindi definendo i dettagli della loro partnerships per il 2014. Con Lendl ancora a capo del team Murray e con le recenti nuove squadre formate da Gasquet-Bruguera, Chang-Nishikori e Ivanisevic-Cilic, il revival di fine '80 e inizio '90 è compiuto. Si scrissero allora fiumi di parole su prospettive, dubbi e speranze, inclusa quella di vedere questi campioni provare qualcosa di diverso grazie ai nuovi coach. Così si è andati avanti torneo dopo torneo, per tutta la primavera.
La finale di Wimbledon è stata l'apoteosi per il tema “campionissimi & coach leggende”. Si è scritto (e letto) di tutto, ed il contrario di tutto. Alcuni ad esaltare il ruolo di Boris, capace di dare una scossa al gioco di Nole; molti al contrario a puntare il dito, soprattutto pensando alla disastrosa - sul piano tattico - semifinale dei Championship vs Dimitrov, quando sembrò in totale confusione tra attacchi pentiti e posizioni di campo incerte, salvandosi con difficoltà. Palese il passo indietro il giorno della finale, quando Djokovic affrontò e superò Federer attaccandosi alle storiche certezze, quelle che l'avevano portato a dominare a tratti il circuito. Boris quindi inutile? Forse no, ma parlare di svolta in positivo dall'inizio della loro collaborazione vuol dire aver stima infinita di Becker ma non saper analizzare il tennis del serbo. Novak quando ha vinto nel 2014 l'ha fatto con il suo tennis, stratificato in anni di vincente carriera, non per qualche novità introdotta di recente.
La faccenda è ancor più complessa su Federer. Dopo qualche titubanza, Roger ha vissuto un 2014 molto positivo, direi insperato. Resta la macchia delle troppe finali perse (alcune col favore del pronostico); ma se pensiamo da dove veniva, da quella schiena a pezzi e da un 2013 vissuto amaramente da ricco pensionato, allora il salto di qualità c'è stato. In parte anche nel gioco: più volte il suo servizio ed il suo dritto hanno vissuto giornate no, e proprio la nuova tendenza verso un tennis più offensivo ha salvato Roger, o almeno l'ha fatto reagire in situazioni intricate. Del resto, pretendere di insegnare qualcosa tecnicamente al 33enne Federer sarebbe solo presunzione, si lavora su dettagli, attitudine, condotta tattica semmai. Resta molto difficile stabilire i meriti di Stefan. Personalmente credo siano minimi, ma superiori a quelli di Boris, anche se mi aspettavo ancora qualcosa in più nel tennis di Roger, una propensione ancor maggiore ad uscire presto dallo scambio ed un lavoro a rafforzare percentuali e costanza di rendimento del servizio, imboccando una via “samprassiana” (fare della battuta il colpo risolutivo).
Se è indubbio che Lendl è stato eccezionale nell'elevare il rendimento di Murray, e che il rapporto Bruguera-Gasquet è stato troppo penalizzato dai problemi fisici del francese, dopo US Open è ancor più chiaro che i salti di qualità più significativi sono stati quelli compiuti da Cilic e Nishikori grazie al lavoro svolto con Ivanisevic e Chang.
Lo scorso Natale si parlava ben poco di queste due nuove coppie; il campo ci ha lasciato ben altre sentenze e sensazioni, con la certezza che la mano di Goran e di Micheal è stata determinante al salto di qualità dei loro assistiti. Infatti se Boris e Stefan hanno preso in mano due super campioni con un gioco assolutamente strutturato, Ivanisevic e Chang hanno lavorato su due tennisti forti ma con ancora un potenziale inespresso, e con limiti da superare. L'US Open (e tutto il 2014 nel caso di Kei) ha mostrato i segni evidenti di questo lavoro, non solo per il grande risultato ottenuto a NY ma soprattutto per l'evoluzione netta del tennis dei due giocatori.
Difficile analizzare la crescita e carriera di Nishikori in poche righe, magari ci tornerò in futuro con un focus dedicato (se lo merita). Il più grande problema di Kei resta quello strutturale: un fisico troppo fragile e “normale” per reggere gli stress di un tennis così sbilanciato sul piano atletico. Troppe volte è stato vittima di infortuni che l'hanno bloccato e non gli hanno consentito di dare una continuità al lavoro. A Madrid per esempio ha vissuto una delle pagine più amare proprio per un infortunio, che gli ha negato una meritatissima vittoria contro Nadal, tennisticamente dominato sull'amato rosso fino al fatale crack, a 7 punti dal traguardo. E l'estate sul duro l'aveva vista in tv ed in riabilitazione, tanto da arrivare a NY per provarci, non sicuro di farcela a scendere in campo...! Stavolta la sorte è stata benevola: la quindicina di NYC è volata via liscia, ed in campo soprattutto volava lui, veloce e sicuro come mai, pestando durissimo. Nelle tre stupende vittorie contro Raonic, Wawrinka e Djokovic il nipponico ha mostrato una crescita molto importante, seguendo una traiettoria molto simile a quella percorsa nei 90s da Chang. Naturale contrattaccante, veloce e pronto ad entrare sulle palle dei rivali, Kei si è trasformato in un produttore di gioco, migliorando in tutti i settori del campo e nei fondamentali del servizio e del dritto, ossia i due colpi con cui mediamente si fa più differenza. Ha molto rafforzato il peso del suo dritto quest'anno. Prima lo eseguiva di puro anticipo, incontrando la palla incidente. Con Chang ha potenziato gli arti inferiori e superiori, e grazie ad una rotazione maggiore del busto, un'apertura più marcata ed una velocità di braccio spinta al massimo riesce a scaricare più potenza sulla palla, anche quando questa ha meno peso. Inoltre, proprio come il suo coach, si è trasformato in un giocatore sempre più propositivo, che non esita a prendere l'iniziativa già dalla risposta. Il tennis davvero agassiano mostrato contro Djokovic è stato di livello altissimo. Mica facile travolgere Djokovic sotto un ritmo così folle e incessante, rischiando tantissimo alla ricerca costante della riga con palle molto rette, veloci, tesissime, e pure molto strette. Fin dal 2008 ho sempre adorato la sua abilità nel chiudere gli angoli, anche dal centro del campo, cosa affatto semplice. A questo timing fantastico ha aggiunto grazie al lavoro con Chang più punch e più aggressività. E' cresciuto molto come convinzione dei propri mezzi, come visione di gioco. E' un tennis difficile, rischioso, che richiede attitudine e forza mentale, oltre a dinamite nei piedi per arrivare sempre prima e scaricare swing così estremi. Un percorso complesso, che ha iniziato da tempo e che ha portato ottimi risultati. Kei deve proseguire su questa strada, rafforzando il lato atletico e sperando di “reggere” senza rompersi di continuo. Pochi hanno il suo timing, e sotto quel ritmo travolgente sarà dura per tutti.
Ancor più impressionante la svolta impressa da Ivanisevic nel tennis di Cilic, e non solo per la clamorosa vittoria a Flushing, ma per come l'ha ottenuta. Sfido chiunque a pensare al tennis a cui il croato ci aveva abituato fino a poche settimane fa ed associarlo alla parola “divertente”. Era un giocatore indubbiamente forte, piuttosto solido e senza grandi lacune tecniche, ma niente di quello che esprimeva in campo aveva il senso dell'unicità, dell'adrenalina, del bello o dello speciale.
Il Cilic legnoso, macchinoso, che restava invischiato in lunghe serie di colpi interlocutori, prendendo poche volte l'iniziativa e inesorabilmente incapace di cogliere “l'attimo fuggente” sembra cancellato. Eppure ricordo bene il Marin da junior. Molto acerbo come muscolatura, giocava più di nervi che di velocità, ma la mano era educata e quando lasciava partire i colpi (soprattutto il rovescio) era capace di lasciar fermo ogni avversario e disegnare il campo. La sua crescita è stata molto problematica. Da giovane predestinato si è letteralmente arenato su di un gioco “contronatura” per le sue misure e potenzialità, relegato a correre ed aspettare. Un tennis troppo scarno e difensivo, che ne ha castrato per anni il potenziale tecnico. E' come se la sua crescita si fosse fermata, o forse è stato lui stesso ad accontentarsi, o addirittura sbattere contro qualche blocco che non riusciva a superare. Dopo la nota faccenda doping, archiviata pare con ragione, ecco la scelta di lavorare con Goran, e di prendersi del tempo per rivedere tutto perché quel tutto non andava. Lentamente il lavoro ha pagato, trasformando Cilic in un tennista assai diverso, più vicino a quello giovanile come attitudine e che poi si è smarrito. Intanto è palese la crescita sul piano atletico. Più potente e veloce, i suoi piedi gli permettono di giocare più più vicino alla riga di fondo, aspetto tatticamente fondamentale perché perde meno campo e quando spinge lo fa da posizioni migliori. L'ha detto chiaramente dopo aver vinto US Open: la prima cosa su cui ha lavorato con Goran è stata quella di vincere l'istinto che lo faceva scappare dietro, portando tutto il suo gioco più avanti. Più vicino alla riga di fondo nello scambio, più pronto a lasciare andare il braccio, più pronto ad avanzare a rete. Sentirsi più pronto fisicamente e più libero di aggredire la palla gli ha dato la fiducia necessaria per lasciar andare il braccio alla massima velocità, prendendosi rischi un tempo inimmaginabili per il suo tennis conservativo e non abbastanza esplosivo da fare la differenza. Un salto di qualità quindi sia sul piano mentale che atletico. I due aspetti sono andati di pari passo e l'hanno accompagnato in questa crescita importante. Guadagnando tempo sulla palla e forza per la spinta (ed il recupero) tutto il suo tennis ne ha beneficiato. Sul piano tecnico le due migliorie più importanti sono state nel dritto e al servizio. Il dritto è sempre stato un buon colpo, ma quando riusciva a prendere ritmo. Il Cilic dell'ultimo US Open divorava anche le palle senza peso, riuscendo ad arrivare ottimamente con i piedi e con uno swing più rapido, meno ampio e più strappato. Tempi di gioco, questa la chiave, ha accelerato tutti i tempi di gioco. Cilic non anticipava quasi mai; contro Federer non gli ha lasciato margini di reazione, rubando ogni attimo.
Ma il vero salto di qualità clamoroso l'ha fatto col servizio. Fino all'anno scorso il “club” dei più forti tennisti croati lo sbeffeggiava come peggior battitore in relazione all'altezza, ed in genere di croati scarsi al servizio non ce ne sono. Con Mr. Ace Ivanisevic al suo angolo è facile pensare a quanto i due abbiano lavorato sulla battuta! Il lancio di palla oggi è più basso, inarca meno la schiena di un tempo e usa di più la spalla e la pura frustata di braccio per trovare la massima velocità. Cilic aveva un buon kick ed una velocità di base non male, ma il colpo era funzionale per iniziare uno scambio, non per cercare l'Ace. Con Ivanisevic ha lavorato su ogni aspetto della esecuzione, inserendo più varietà. Adesso governa alla grande anche lo slice veloce, che forse è la soluzione più difficile in assoluto da rispondere (guarda caso quella in cui Goran era il più forte, forse di sempre). Adesso Marin va alla battuta cercando il vincente, variando gli angoli e con diversi km/h in più, sia nella prima che nella seconda. Con un servizio così continuo e temibile, affrontarlo diventa complicato per tutti. Intenso, veloce, molto più cattivo sportivamente rispetto al passato (perché più consapevole dei suoi punti di forza), l'allievo di Goran ha stupito tutti diventando il secondo croato a vincere uno Slam. Ha stupito ancor più perché ha cancellato quel grigiore che aleggiava sul suo tennis, trasformandosi in un picchiatore a tutto campo formidabile. In tutto questo la mano di Ivanisevic è evidente: l'ha come sgrezzato, reso più istintivo, diretto. L'ha liberato di zavorre e l'ha fatto decollare. Molto sorprendente se pensiamo a come Goran di fatto non riuscisse a pensare in campo!
Non è mai facile analizzare il rapporto tra coach e giocatore. Perché il lavoro porti frutti importanti deve scattare una scintilla sul lato umano, serve condivisione di intenti e voglia di rimettersi in gioco, di provare a superare limiti. Nishikori è piuttosto abbottonato sul tema, rilasciando dichiarazioni piuttosto banali. Del resto, lo stesso Chang è sempre stato molto parco con la stampa. Al contrario sul rapporto tra Cilic ed Ivanisevic stanno uscendo spunti interessanti. Nelle mille interviste di Cilic con la coppa di Flushing in mano, mi ha colpito una frase: “Con Goran mi diverto molto, il tempo passa bene e si lavora col sorriso”. Potrebbe sembrare un dettaglio, ma non lo è affatto. Trovare una persona che stimi (era il suo idolo da bambino), che ti prende per mano ed ha il coraggio di parlarti in faccia, e con cui passi volentieri il tempo è qualcosa di poco tangibile sul piano tecnico ed agonistico, ma che invece credo possa esser stato fondamentale per liberare Cilic da qualche blocco o paura che si è portato dentro per anni, e che non gli permetteva di svoltare. Con Goran ha trovato fiducia. Il Marin della seconda settimana di NY è stato un super giocatore, un creatore di vincenti a tutto campo; uno che per produrre quel tipo di tennis deve aver enorme fiducia. Inoltre è stato pure altamente spettacolare e bello da vedere, roba impensabile. Se continuerà a proporre un tennis così vincente, sarà un acquisto notevole. Il tempo dirà.

mercoledì 3 settembre 2014

Spaccapalle: il gioco di Bencic e Thiem, i volti nuovi dell'US Open

La seconda settimana dell'US Open è entrata nel vivo, con qualche match lottato e spettacolare (vedi la vittoria notturna di Nishikori su Raonic dell'altra notte) e con le nostre azzurre che si sono confermate bravissime. Si merita un applauso anche Sara Errani, nonostante la batosta di stanotte. Mai vista una Wozniacki così presente e “cattiva”, con due gambe strepitose, superiore a quella che si issò al n.1 del mondo. E poi davvero complimenti a Sara per le parole a caldo dopo la sconfitta. Limpide, lucide, senza trovare scuse. Saper perdere è importante quanto saper vincere. A guadagnare la semifinale ci proverà stanotte Flavia Pennetta, brava quanto sfortunata nel trovarsi di fronte sempre Serena nelle grandissimi occasioni. Che dire... sarà match tecnicamente terribile, speriamo che “la Penna” giochi il suo miglior tennis, e che magari la Williams abbia una giornata no al servizio. In bocca al lupo Flavia!
E' presto per fare un bilancio di questo Slam. I quarti maschili potrebbero scrivere pagine molto interessanti, a partire dalla sfida di stanotte tra un Djokovic tornato in ottima condizione ed un Murray salito di brutto dopo lo sconcertante primo turno. Pure Wawrinka vs. Nishikori ha sulla carta tutto quel che serve per diventare una partita estremamente godibile ed avvincente. Dopo una partenza in sordina, il livello di questo Slam è cresciuto ed i due tabelloni principali hanno proposto la prorompente ascesa della svizzera Belinda Bencic e di Dominic Thiem. Due giovani che seppur sconfitti (nettamente) ieri, hanno qualità per diventare molto forti, forse addirittura dominanti, nel prossimo futuro.
Belinda è stata la vera rivelazione del torneo. Si è issata ai quarti superando giocatrici toste, esperte e tra loro molto diverse come Wickmayer, Kerber e Jankovic; tutte battute imponendo il proprio tennis, non giocando di rimessa o aspettando loro errori. Della svizzera si parla da tempo, nonostante la giovane età. Classe '97, scorre nelle sue vene l'eccellente (dal punto di vista tennistico) DNA ceco, molto ben plasmato dai vari allenatori che l'hanno accompagnata nella sua crescita, inclusa l'attuale coach Melanie Molitor, ossia la madre (e mentore) di Martina Hingis.
Nel corso del torneo si è scritto tanto della somiglianza tra Belinda e Martina, ma dal mio punto di vista è più una suggestione che una reale considerazione tecnica. Vero che la palla esce dalle corde della Bencic tanto bene quanto usciva a Martina, pulita e retta; vero che il rovescio di Belinda taglia in campo in lungo linea con altrettanta precisione e cattiveria agonistica, ma la vicinanza tra le due per me si ferma qua. Martina è stata in campo un architetto capace di disegnare il campo con angoli perfetti e con un senso sulla palla tra i migliori mai visti nella storia moderna del gioco. Leggeva lo scambio, ci arrivava sempre prima e sentiva la palla come un felino sente la preda, rimandando al di là della rete colpi mai banali, a cogliere angoli scoperti o le debolezze della rivale. Era piccola e minuta, ma sfruttando appoggi perfetti e la sua visione per il gioco impattava così bene da restituire alla palla ogni stilla di inerzia della forza incidente, il tutto con traiettorie a lei favorevoli, molto spesso vincenti. Appoggi eccezionali, velocità d'esecuzione e di pensiero... se solo avesse avuto più fisico avrebbe forse retto l'impatto devastante delle “sorellone”, che l'hanno brutalmente disarcionata dalla vetta del tennis rosa. Dove Martina colpiva di fioretto e di un tennis totalmente “smart”, Belinda risponde di potenza, di ritmo e di progressione. La Bencic non ha la forza devastante di una Azarenka, ma possiede un punch che Martina si sognava, con angoli non così distanti. La Bencic è figlia dell'evoluzione che ha vissuto il tennis (ancor più quello rosa) negli ultimi anni. Picchia più duro che può prendendo il prima possibile l'iniziativa, aprendosi il campo e facendo correre le rivali, mediamente più veloci e forti di braccio che di gambe.
Difficile “esaltare” il gioco della giovane svizzera dopo un'imbarcata come quella subita ieri dalla Peng, ma non va dimenticata che era al debutto a questo livello, in un contesto così importante e forse per la prima volta responsabilizzata perché di fronte non c'era una top. E' partita male Belinda e non è riuscita a reagire. La Peng è scesa in campo assai più concentrata e “centrata”, non regalando nulla. Il classico muro la cinese (non ha ancora perso un set nel torneo!), contro cui la svizzera non ha trovato il pertugio giusto, entrando in confusione tattica e finendo preda dell'insicurezza figlia della sua inesperienza. Non si è vista affatto la miglior Bencic, ma le sue qualità sono notevoli.
La tecnica esecutiva è molto efficace ed efficiente. Disperde poche energie perché ha swing corti, veloci, tesi a trovare il miglior timing e fa tutto con molto anticipo. Nella qualità di anticipazione è sì vicina a Martina, anche se non è al livello della Hingis come velocità di base, più pesante e potente.
Il rovescio è il suo colpo che più mi intriga, dal potenziale sconfinato. Si nota una fluidità e facilità in tutti momenti dell'esecuzione, che le permettono di spingere e trovare ogni angolo in qualsiasi situazione di gioco. Non c'è una tensione, le braccia volano via libere, con le gambe che accompagnano idealmente il tronco nella rotazione fino al rilascio del colpo. Un gesto anche elegante, veloce e potenzialmente mortale perché è molto complicato leggere la direzione del colpo. Passa infatti dal cross al lungo linea in un batter d'occhio, con minimi aggiustamenti davvero complicati da intuire. A volte esagera e sbaglia perché anticipa fin troppo, magari quando dal centro cerca un cross vincente, angolo che possiede ma che esplora anche se si trova in non perfetto equilibrio, quindi con una percentuale di rischio esagerata.
La tendenza a sbagliare per “over shooting” è ancora troppo alta, figlia della poca esperienza ad altissimo livello, ma anche della necessità di migliorare i colpi di inizio gioco. Non serve male, ma con quel tipo di tennis è fondamentale tenere percentuali alte. Infatti è assai più importante aprirsi il campo e poter tirare dal centro del campo che rischiare una prima che comunque non le darebbe il punto. Alla risposta deve trovare un equilibrio tattico tra le volte in cui è troppo conservativa (e finisce sotto a correre, dove è vulnerabile perché i suoi piedi non sono ancora velocissimi) e quelle in cui esagera, sparando subito a chiudere prendendosi troppi rischi. In genere a livello tattico deve crescere proprio nell'intuire il momento giusto per sparare; e ancor più importante deve costruirsi il colpo precedente all'affondo, ossia un colpo ad un 75% della velocità a far correre l'avversaria, a muoverla (anche solo allontanandola dalla riga di fondo) quel tanto che basta a prendere una posizione di piccolo vantaggio, e quindi mettersi in condizione di provare l'accelerazione che spacca lo scambio. Tutti aspetti in cui può molto migliorare, e allora sì che sarà pronta a vincere. Contro tutte.
Il servizio è piuttosto pulito, quasi scolastico, ma se la spinta delle gambe è interessante lo è assai meno quella della schiena. Ribalta pochissimo le spalle, tanto che la velocità viene quasi interamente dalla spalla. Questo la limita anche nella scelta degli effetti, è un altro degli aspetti su cui deve assolutamente migliorare, come la rapidità dei piedi in uscita dal servizio. Proprio la Peng ieri l'ha spesso sorpresa con risposte centrali nei piedi, su cui Belinda non è riuscita a coordinarsi in modo ottimale, regalando errori o trovandosi in posizione di svantaggio.
Anche il diritto è un'esecuzione molto pulita, fin dall'apertura che è ampia ma non eccessiva, e con la fase attiva di spinta molto rapida. Si pone a tre quarti (né open stance né closed stance), il braccio impatta ben davanti al corpo, e la racchetta finisce la sua corsa lateralmente bassa, con il polso che chiude l'esecuzione. La meccanica è corretta ed efficiente quando arriva bene con i piedi, mentre quando è in ritardo tende ad abbassarsi troppo, finendo per scavare sotto alla palla e perdendo così profondità e controllo. In certe movenze (non per gli swing dei colpi) mi ricorda quasi una Seles prima maniera, forse anche solo per il fisico e per come muove la ginocchia approcciando la palla. Il potenziale di Belinda è enorme, la guida tecnica eccellente. Se avrà pazienza di lavorare, sarà presto a giocarsi i tornei che contano.
Nel maschile, a tutt'altra verifica era atteso Dominic Thiem, giovane austriaco di cui ho parlato in primavera quando si è affacciato nel tennis dei grandi, soprattutto con la stupenda vittoria a Madrid contro Wawrinka. Lasciata l'amata terra europea, non mi aveva affatto convinto nelle due sconfitte patite nei Master 1000 americani. Se contro Simon si può perdere (ha molto lottato, e pure commesso una valanga di errori gratuiti), fu davvero deludente il suo approccio allo scambio nella sconfitta con Ginepri a Cincinnati. In condizioni piuttosto rapide, invece di cercare un timing aggressivo in anticipo sulla palla, tendeva a subire, ad aspettare troppo. In pratica aveva trasportato il suo modo di stare in campo sul rosso anche sul duro. Da tennista potente che ama picchiare durissimo, quando le condizioni diventano più rapide non può permettersi di far scendere troppo la palla, di aspettarla, anche perché i suoi movimenti (soprattutto il dritto) è ampio, richiede tempo. Era un limite strutturale molto importante, che già altre volte è venuto chiaramente alla luce; come la tendenza a restare troppo lontano dalla riga di fondo, perdendo così campo. Non sempre con la potenza si può compensare alla velocità dello scambio, e regalare campo sul cemento è quasi consegnarsi al rivale... Non sono riuscito a vedere tutti i suoi match di questo torneo, ma Thiem ha compiuto progressi interessanti. Meno attendista, è riuscito sovente a prendere in mano lo scambio cercando non solo la potenza ma anche l'anticipo. Sul dritto c'è ancora molto da lavorare, perché la tendenza a governare il tempo dello scambio l'ha innata, ma con i tempi dilatati del rosso! Invece con i tempi di gioco più rapidi del duro e contro avversari altrettanto potenti ma più veloci e aggressivi va in netta difficoltà. Così è accaduto contro Berdych ieri notte. Era un match tecnicamente terribile, contro un avversario perfetto ad esaltarsi sulle condizioni di Flushing, e pure in netta ripresa di condizione dopo una stagione così così. Proprio Thiem è stato onestissimo, commentando (lo fa dopo ogni match, anche le sconfitte) così sul suo profilo Facebook: “Non c'è molto da dire, il risultato spiega tutto. Ho fatto solo 7 giochi, lui è stato un giocatore più forte e non mi ha dato chance. Volevo metterlo sotto pressione, ma c'è riuscito lui, giocando fortissimo, mentre io non sono riuscito a rispondere con altrettanta forza. Tomas mi ha mostrato la differenza tra essere un top50 ed un top10. Servizio, risposta, colpi da fondo, gioco di piedi, consistenza. E' stato migliore di me in tutto, io devo lavorare tanto se voglio arrivare a quel livello di gioco”. Una fotografia netta, forse impietosa, ma fedelissima di quel che si è visto in campo.
Berdych è una delle mine vaganti per arrivare in finale, quindi era scontato che per Thiem sarebbe stato difficilissimo, soprattutto perché il ceco è ancor più potente dell'austriaco ma sa rubargli il tempo, e servire così bene da poter poi mettere pressione una volta alla risposta. Resta un torneo incoraggiante per Dominic, il primo in cui ha raggiunto la seconda settimana di uno Slam, e con delle note tecniche interessanti. Ad esempio, Thiem contro Lopez è stato capace di governare bene il tennis senza ritmo dell'iberico, riuscendo a tirar su con agio i back maligni del rivale e passarlo con continuità nelle sue scorribande a rete. Ha servito con percentuali migliori, e per non esser sempre attaccato è riuscito ad accelerare i suoi tempi di gioco, velocizzando l'approccio alla palla e anche il timing di attacco col dritto. Meccanismi che doveva necessariamente esplorare e conoscere ad un livello così alto, per lui nuovissimo. Sembra un ragazzo sveglio, che ha voglia di arrivare e molto lucido nell'analisi del suo gioco e di quello dell'avversario. Il potenziale fisico è eccellente, quello tecnico pure. E poi, con quel rovescio crea meraviglie balistiche improvvise, spaccando lo scambio e lasciando fermi i rivali che tendono a spostarsi sulla direttrice inside-out per picchiare di ritmo col dirtto. Servizio, qualità della risposta, velocità di lettura dello scambio per caricare il dritto in anticipo e non subire la palla. Queste tra le altre le chiavi per fare un ulteriore salto di qualità.
Thiem salirà in classifica con gli ottavi a Flushing, probabilmente issandosi nella top40 ATP. Ma più del risultato di oggi conterà moltissimo l'esperienza fatta in questo torneo, per capire dove insistere nella crescita e per cementare dentro di sé nuove certezze. Mattoncini preziosissimi per costruire un gioco sempre più forte e completo, puntando ad arrivare altissimo. Dove osano le aquile.

giovedì 28 agosto 2014

Spacca palle: US Open, bene gli azzurri e le chance di Wawrinka

Un torneo dello Slam è sempre affascinante, lungo e complesso. Difficile trarre dal primo turno indicazioni certe o sentenze, a meno di brucianti sconfitte. Lo US Open 2014 ci ha regalato nel maschile quattro belle vittorie per i nostri azzurri, un risultato forse non storico ma molto importante, che inverte una tendenza purtroppo “consolidata” negli anni e per noi assai negativa a New York.
Ieri Fognini ha disputato un match molto solido schiantando il talento di Golubev, tanto da affermare di sentirsi benissimo e di aver tenuto in campo un livello di gioco non dissimile da quello dei giorni migliori sul rosso. Altrettanto convincente il successo di Seppi su Stakhovsky, a cui ha lasciato una manciata di games. La vittoria di Andy è significativa perché la sua annata è stata finora tutt'altro che esaltante (uscito dai top50 dopo oltre 3 anni, per rientrarvi di un pelo) e perché il cemento americano è il momento della stagione a lui meno amico. Immensa la gioia per il primo successo in uno Slam di Paolo Lorenzi, che finalmente abbatte questo muro personale. Una vittoria strameritata, premio ad una carriera encomiabile per abnegazione, passione e capacità di superare ogni limite con il lavoro e l'intelligenza tennistica, e che lo ripaga in parte da una serie sfortunatissima di sorteggi impossibili. Ma la vittoria più pesante resta quella di Simone Bolelli, un match fantastico contro il pericoloso emergente Pospisil, sconfitto in 5 set. E' l'ennesima conferma che il bolognese quest'anno s'è ritrovato completamente, dal punto di vista fisico, mentale ed anche tecnico. Mai visto, nemmeno nel suo stupendo 2008, rispondere così bene e giocare un tennis tanto solido e redditizio.
Non è facile trovare un punto di unione a queste quattro vittorie, ognuno dei nostri ha una storia diversa e viene da momenti assai differenti. Quello che le accomuna è stata di sicuro l'ottima giornata di ognuno al servizio, “condito sine qua non” per eccellere sul cemento e ancor più in uno Slam. Purtroppo è una storia vecchia, e dolorosa. La carenza atavica del nostro tennis maschile nel fondamentale della battuta ce la trasciniamo dietro, da sempre, eccetto rari casi. La cosa grave è che vedendo i nuovi in arrivo (non solo Quinzi), non trovo un cambio di passo significativo. Il nostro movimento deve crescere in modo esponenziale in questo aspetto tecnico. Serve una svolta, una rivoluzione “culturale” per formare delle nuove leve tostissime alla battuta, dobbiamo far crescere i nostri junior a “pane e battuta”, pena restare sempre indietro rispetto al resto del mondo. Vedremo che cosa ci racconterà il secondo turno del torneo. Fognini ha ampie chance di passare, tutto dipende da lui, mentre Lorenzi è forse chiuso contro Gasquet, servirebbe impresa memorabile o un aiuto consistente da parte del francese. Seppi avrà un match affascinante contro la potenza (e caratterino...) di Kyrgios, sulla carta parte sfavorito; Bolelli avrà un osso durissimo nel Robredo di quest'estate, che paradossalmente potrebbe diventare uno degli outsider per andare molto avanti nel torneo.
Outsiders. Alla vigilia di questo Slam molti dei possibili protagonisti hanno mostrato una condizione tutt'altro che brillante. E' stato così facile per la maggior parte dei media mondiali eleggere (a mio avviso troppo presto e con toni trionfali che non condivido) Roger Federer come primo favorito del torneo, seguito di una spanna dal n. 1 Novak Djokovic e poi dai semifinalisti di Wimbledon, gli emergenti e nuovi top10 Raonic e Dimitrov. La strada è ancora molto lunga, potenzialmente accidentata, e la storia degli Slam ci racconta tanti episodi di campioni partiti male ma capaci di elevare di brutto la propria condizione, arrivando caldissimi alla seconda settimana pronti ad affrontare le sfide decisive. Uno scenario questo che sembra forse troppo ardito per il Murray visto nel primo turno contro Haase. Lo scozzese è stato a tratti sconcertante, incredibile che un campione come lui sia preda di crampi dopo nemmeno 2h di gioco, al primo turno del torneo a lui più amico e che ha confermato aver preparato al meglio dal punto di vista fisico. Potrà crescere di condizione, ma ad oggi che sia da corsa per il titolo sembra francamente difficile. Troppo comodo il match di Djokovic per trarre indicazioni, così come quelli di Federer o Raonic. In attesa che scendano in campo Dimitrov e Berdych (potenziali ostacoli sulla strada di Roger), pochissimi alla vigilia del torneo hanno inserito Stan Wawrinka come possibile vincitore, o anche solo come uno dei veri outsiders. Eppure lo svizzero è la terza testa di serie del torneo e l'anno scorso proprio a NY fu protagonista di una semifinale avvincente e durissima contro Djokovic. Un match quello che molto probabilmente costò carissimo al serbo, arrivato svuotato in finale, e che dall'altro lato ha forse dato a Stan la convinzione di potercela farcela in un Major, ...tanto che allo Slam seguente in Australia sappiamo come è andata a finire.
Dopo l'enorme vittoria a Melbourne Wawrinka si è confermato su quel livello stratosferico a Monte Carlo, poi è andato a corrente alternata nel 2014, con i bassi dello Slam rosso “Madrid-Roma-Parigi” ed un buon recupero sull'erba. Non bene invece nei due 1000 nord americani. Risultati e prestazioni contrastanti, tra match di altissimo profilo e buchi profondissimi.
Ad oggi non intravedo segnali che lasciano ipotizzare un Wawrinka capace di ritrovare il livello dello scorso US Open o di Melbourne, ma il tabellone gli presenta ancora un paio di match potenzialmente favorevoli, e chissà che in lui non si riaccenda quella fiamma che lo portò ad uno stato di grazia, una sorta di Nirvana sportivo ed umano che lo rese magico, praticamente imbattibile.
Lo Stan dell'ultimo periodo è discretamente lontano da quello del gennaio scorso, quando la sua racchetta produceva colpi di rara bellezza, potenza e intensità, e con una continuità che mai l'aveva assistito in carriera. Cosa s'è rotto nel suo tennis? Dal punto di vista tecnico, forse niente. La crescita di Wawrinka si è consolidata nel tempo, grazie all'ottimo lavoro svolto alla GTGT Academy, che l'ha dotato di un dritto non solo poderoso ma più sicuro, e di un servizio eccellente anche nella seconda di servizio. Dove Stan è calato rispetto alla sua versione deluxe è nella brillantezza e reattività. La sua naturale e strutturale pesantezza negli spostamenti era magicamente assente, tanto che i suoi piedi riuscivano a farlo scappare via rapido dopo aver colpito, anche nelle situazioni in cui era preso in contropiede, le più difficili da risolvere. Inoltre era cresciuto moltissimo nella gestione dello scambio: nel passato (anche recente) tendeva a scappare dagli scambi lunghi e complessi tirando la classica pallata, affidandosi alla magia dei suoi colpi ma prendendosi dei rischi assurdi, che non sempre pagavano – ancor più quando si è messi sotto pressione fisica e mentale. Il Wawrinka australiano non scappava affatto dalle situazioni complicate, ma riusciva a tenere fisicamente e mentalmente lo scambio, aspettando con relativa pazienza il momento migliore per lasciare andare la sua racchetta a colpire l'angolo scoperto pestando durissimo, come pochi al mondo sono capaci di fare. Il tutto con stile, con una potente e modernissima eleganza, davvero un tennis classico 2.0. Potenza e continuità, un mix superbo che l'ha elevato a pieno titolo a campione Slam.
Tutto questo oggi non è scomparso, ma va troppo a corrente alternata. Ha perso continuità nel picco di prestazione, ritornato preda di blackout vistosi in cui commette errore banali o perde totalmente il controllo dei suoi colpi alla massima velocità. Un esempio lampante viene proprio dal finale del secondo set contro Vesely nel primo turno di questo US Open. Stan era in totale controllo del match, con Jiri troppo ancorato ad una lenta costruzione dello scambio per fargli male. Eppure nel finale del set ha giocato un turno di servizio orribile, sparando quattro palle senza una idea dietro che gli sono costate un pericoloso break. Ha reagito e tutto è filato liscio, ma deve ringraziare la scarsa tenuta e visione del ceco per esser stato in grado di superare quella pausa, un giocatore più scaltro e lucido non l'avrebbe certo perdonato.
Dal punto di vista tecnico il fondamentale che sostiene di meno lo svizzero è il servizio. Le percentuali clamorose di inizio anno sono un lontano ricordo, e questo pesa moltissimo sulla sua prestazione perché molto spesso si aggrappava proprio alla prima di battuta per uscire indenne dalle situazioni più complicate, anche nei momenti caldi del set. Proprio nelle fasi decisive si era visto il cambio di passo di Wawrinka: era incredibile la sua abilità e freddezza nel produrre vincenti nelle situazioni più delicate, come le palle break o le strette finali di un set, sia in difesa che in attacco. Una freddezza e killer instinct da vero campione, figlio di una fiducia assoluta nel suo tennis che oggi probabilmente non sente più. A Melborune pareva camminare sulle acque, niente pareva impossibile per le sue corde. Era veloce, reattivo, concentrato, continuo, preciso, potente. Una macchina da tennis impressionante, per forza e bellezza di un tennis a tutto campo modernissimo ed allo stesso tempo fondato su di un DNA classico. Una gioia per gli occhi, ed una gioia anche per chi ama qualche sorpresa, in un circuito cannibalizzato dai soliti Top, avidi di ogni grandissimo torneo.
Che riesca a ripetersi a New York sembra molto difficile, e prima di sognare dovrà superare degli ostacoli impegnativi contro gente come Kyrgios, Raonic, Robredo, Nishikori... (o magari i nostri azzurri Seppi o Bolelli...). Potrebbero essere proprio i match capaci di fargli ritrovare quelle sensazioni e quella fiducia che forse oggi gli manca; resta da vedere se riuscirà anche a ritrovare la miglior reattività e continuità, necessaria per spiccare il volo nella seconda settimana e sognare la coppa di Flushing. Se ritroverà il suo miglior tennis potrebbe dire la sua anche per il titolo, ed a guadagnarci sarebbe lo spettacolo visto che il suo tennis al massimo livello è qualcosa di straordinario.

martedì 19 agosto 2014

Spacca Palle: Nadal salta US Open, ma sarà “pronto” a ripartire

Lunedì 18 agosto, primo pomeriggio. La “breaking news” più attesa dagli appassionati di tennis finalmente arriva, ma non è una buona notizia. Un Rafa Nadal amareggiato entra nella sua bacheca Facebook e scrive una manciata di righe accorate, con cui annuncia il suo forfait ai prossimi US Open. Era il campione in carica del quarto Slam in stagione, come dei recenti Master 1000 del Canada e di Cincinnati. 4000 punti della sua classifica spazzati via da una maledetta stecca di rovescio che gli ha “scassato” in modo non grave l'articolazione del polso, costringendolo ad indossare un tutore e sperare in un recupero lampo. Il miracolo non c'è stato.
Non è la prima volta che il “toro” di Manacor salta l'intera stagione sul duro USA, oppure che ci arriva in condizioni imperfette, inadeguate a sprigionare il suo tennis vigoroso ed intenso.
Mentre il web è “in fiamme” tra la delusione dei suoi tanti supporter e gli attacchi scomposti (ed ingenerosi) di chi mal digerisce il cyber-tennis di Rafa, provo a razionalizzare la questione nel tentativo di guardare a questa storia sportivamente delicata da vari punti di vista, soprattutto quello del giocatore. Molti pensieri si fanno sempre più invadenti, facendo “a cazzotti” tra di loro in modo disordinato e contrastante. Non è la prima volta che Nadal è ai box e che su di lui si scrive fin troppo; nel recente passato anche per colpa di un susseguirsi convulso e disordinato di dichiarazioni (purtroppo anche da parte di persone a lui vicine) che non furono totalmente concordanti, e che non fecero altro che nuocere al giocatore stesso alimentando fumosi sospetti. Stavolta la situazione appare banale nella sua semplicità: infortunio. Ma l'introduzione del passaporto biologico nel tennis è alle porte (settembre, a meno di dietrofront) e questo ha aizzato ancor più i “complottisti” ...che invece sono totalmente disinformati: i dati su cui verrà costruita la carta d'identità biologica sono raccolti nel tempo per formulare una media storica, e quindi ritirarsi adesso da un torneo per tentare chissà quale losca manovra non servirebbe assolutamente a niente.
Tornando alle cose serie, non è facile leggere il momento e l'intera stagione di Rafael, che ha vissuto un 2014 tribolato anche su terra (la peggiore campagna sul rosso della sua straordinaria carriera). E visto che è stato n.1 del mondo fino a Wimbledon, la sua personale situazione è estremamente “pesante” per l'intero movimento di vertice, e merita quindi attenzione ed analisi.
Intanto le sensazioni dell'US Open, che coincidono con le mie personali: uno Slam che inizia senza il suo campione in carica non parte bene, che il tennis ed il personaggio Nadal piaccia o meno. Rafa ha vinto due edizioni dello Slam americano, è a pieno titolo un campione anche sul cemento. Senza di lui, il tabellone sarà impoverito e probabilmente sbilanciato, anche se i feedback dai tornei estivi americani sono stati a dir poco contraddittori. A parte un Federer “commovente” per come lotta con il suo tennis antico contro l'avanzare inesorabile del tempo e contro rivali assai più giovani, quasi tutti gli altri big hanno deluso o, più probabilmente, hanno giocato anche a carte coperte. Quanto siano in reale difficoltà o quanto abbiano “barato” lo sapremo da lunedì prossimo, dal responso dei match di Flushing. Difficile ipotizzare che a New York scenda in campo il Djokovic balneare dei due Master 1000 americani, molto più facile che Novak abbia avuto bisogno di staccare dopo Wimbledon, nozze incluse, e che abbia ri-tarato la sua tabella di lavoro per difendere l'enormità di risultati raccolti nel 2013 da settembre in poi. E' molto probabile che anche Murray si faccia trovare assai più pronto, visto che proprio a New York ha spesso giocato molto bene (ha vinto nella “grande mela” il suo primo Slam e raggiunta la prima finale in assoluto in un Major). Inoltre è uno scenario altamente probabile quello che vede qualche emergente a far la voce grossa, magari spiccare il volo verso la consacrazione definitiva (Raonic? Dimitrov?). In mezzo a questo mare agitato di incertezze, forse l'incertezza per eccellenza è quella del reale valore che hanno lasciato i tornei estivi, proprio per l'assenza di Nadal, colui che l'anno scorso li aveva dominati.
Appena uscita la notizia della “rottura” di Nadal, dentro di me ero abbastanza convinto che avrebbe saltato l'intera stagione sul duro americano, US Open incluso. Attenzione: nessuna velleità di vantarmi di una qualche dote divinatoria (...come tutti quelli che fanno pronostici, ne ho sbagliati tanti!), ma stavolta la semplice evidenza storica dei fatti del recente passato, condita da una analisi. Nadal in carriera ha affrontato l'estate del cemento USA al 100% della condizione dominando (o comunque ottenendo moltissimo), oppure l'ha proprio saltata/snobbata. Non una via di mezzo. Perché? C'è una spiegazione logica e tecnica a tutto questo, ed al perché i suoi successi siano sempre arrivati dopo una cavalcata estiva quasi trionfale, come quelle del 2010 e soprattutto 2013, dove fu totalmente inarrestabile. Per vincere sul cemento contro i big, Nadal deve essere nella migliore condizione fisica, al suo top, ancor più che sul rosso, dove altri fattori meno fisici e più tecnici spostano la bilancia a suo favore rendendolo quasi imbattibile (soprattutto sulla lunga distanza). Se Rafa non sta bene, se ha accumulato troppi acciacchi o se la benzina è prossima alla riserva, lui ed il suo team preferiscono guardare oltre; magari ai lussureggianti tornei asiatici (dove gli impegni personali/commerciali sono ancor più importanti di quelli tecnici, come per tutte le Icone del tennis e dello sport moderno...) ed al lavorare per la stagione seguente. Non lo dichiarerà mai, ma l'evidenza dei fatti sembra avvalorare questa ipotesi. E inquadrando la situazione nell'ottica di una carriera ancora lunga e vincente, può essere una scelta non così sbagliata.
Tecnicamente il tennis di Nadal ha tutto per esser dominante anche sul cemento non velocissimo; ma è indispensabile che il suo corpo sia così veloce e reattivo da velocizzare ancor più il tempo di arrivo sulla palla e quello di scarico della sua enorme potenza su di essa. Deve dominare il tempo di gioco, non subirlo e contrattaccare. Sul duro di pura lotta e consistenza è molto più complicato battere i big, deve creare una differenza tecnica a suo favore. E' in grado di farlo, perché tecnicamente Nadal è molto più forte di quanto molti gli riconoscono. Ma è un ulteriore sforzo per lui, è il passo più ardito e complicato, perché deve spingere al massimo ogni aspetto del suo tennis, correre al limite delle sue possibilità tecniche, fisiche e mentali. Questo significa massima efficienza psico-fisica. Senza questo status di Nirvana sportivo, il tennis di Nadal è attaccabile sul cemento, e lui da giocatore molto attento lo sa benissimo.
Il team di Rafa non sarà eccellente sul piano della comunicazione, ma su quello della gestione/programmazione lo è eccome. Basta ripensare al suo rientro nel 2013. Dopo i tanti mesi di stop i dubbi erano enormi, tanti temevano che non avremmo mai rivisto il miglior Nadal. Io personalmente non la pensavo così. “Che Nadal avremo? Potrà tornare a vincere un torneo?”. Ricordo benissimo quel sabato pomeriggio di febbraio, quando alla vigilia del suo rientro fui interpellato sulla questione. La mia risposta fu secca: “Non solo Rafa ritorna... sarà dominante dopo essersi riposato e ricaricato, ha aspettato il tempo giusto per tornare ancor più forte”. Il suo anno 2013 è lì a testimoniarlo.
Il tennis di Nadal è l'estremo superiore della storia del nostro sport per usura. E' normale e naturale che per produrre un gioco così sbilanciato sul piano fisico e della continuità Rafa chieda al proprio fisico tantissimo, forse troppo, tanto da rompersi. Così che è normale che necessiti di molte pause, che sia sottoposto a problemi vari (quale parte del suo corpo non si è infortunata in questi anni???), e che abbia bisogno di un tempo medio-lungo per tornare. E Nadal ogni volta è tornato, con i suoi tempi, e se possibile ancor più forte di prima. Perché? Perché Nadal è agonismo, è forza, è una fiamma che brucia vivacissima e che ha bisogno di un pieno di carburante enorme per tenere il calore così intenso da alimentare la sua macchina da tennis infernale. Pause lunghe dopo gli infortuni, tempi dilatati per ricaricare le pile e lavorare con applicazione feroce, e pronti via per una nuova cavalcata, ancor più forte e intensa, con grandi successi.
Pazienza se si salta uno Slam, meglio guardare avanti a nuove sfide, perché perdere un torneo scoccia, ma la strada davanti è lunga. E' quello il vero obiettivo: competere e vincere nel tempo, come è riuscito splendidamente a fare dal 2005. La sua storia è questa, e si è ripetuta più volte. Così che se mi si chiede sulla sfortuna di Nadal per i suoi infortuni, rispondo che a mio avviso è stato “fortunatissimo”, perché non esiste altro tennista nella storia moderna del gioco ad aver chiesto così tanto al suo fisico, ed allo stesso tempo sia riuscito a durare quasi 10 anni al vertice con un tennis così fortemente improntato sull'efficienza psico-fisica. Tutto merito della sua costanza, abnegazione e mentalità vincente, sia nel bene (vittorie senza mai esaltarsi troppo, senza perdere l'umiltà e la voglia di lavorare) e nel male (senza mai cedere ad infortuni e sconfitte). Tutte cose che l'hanno reso un esempio di come crescere ed arrivare a superare limiti impensabili, e diventare uno dei giocatori più forti di sempre.
Difficile dire adesso che ne sarà del suo 2014. Tutto lascia pensare che rientrerà in autunno, magari giocando anche un tennis discreto. Dovrà difendere alcune finali, come quella del Master, ammesso che poi gli interessi davvero difendere “una sconfitta”. Ancor più difficile prevedere per quanto tempo sarà in grado di contenere l'usura e lo stress che quotidianamente impone al suo fisico, e ripartire ancora una volta più tosto, riposato e “affamato”. Forse la risposta non la conosce nemmeno lui, ed è il bello dello sport, che spinge ogni campione a superare i propri limiti.

mercoledì 16 luglio 2014

Spacca palle: Murray, ritrovare il filo interrotto

Londra, 6 luglio 2014. Dopo una splendida domenica di sole sta calando il tramonto sull'All England Club. Il Centre court di Wimbledon è ormai vuoto. L'erba è consumata nei pressi delle righe di fondo, esausta dopo due settimane di battaglia sportiva. Dove prima l'atmosfera era elettrica ora regna il silenzio, proprio intorno a quel prato dove le due migliori racchette del torneo hanno danzato nell'aria disegnando traiettorie magiche. Si è appena chiusa l'edizione 2014 dei Championships, oltre 15mila fortunati hanno assistito ad un grande spettacolo tra Djokovic e Federer, una finale Slam che resterà nella memoria di molti. Eppure nel rientro a casa l'appassionato british non ha il cuore impazzito di gioia come l'anno scorso, quando poteva gridare “Io c'ero!”. Wimbledon 2013 raccontò una favola: la vittoria di Andy Murray, capace di spazzare via 77 anni di delusioni e di attesa per ritrovare un suddito di sua Maestà di nuovo campione dei Championships. Fu il momento più alto della carriera di Murray, il compimento di un sogno, forse l'impresa di una vita. Ripensando a mente fredda al torneo da poco andato in archivio, è difficile non inserire proprio Murray tra le delusioni.
La difesa del titolo 2013 era complicata, lo sarebbe stata anche se lo scozzese si fosse presentato al via del più prestigioso torneo al mondo nelle migliori condizioni. Così non è stato, e che la sua corsa potesse arrestarsi di colpo era un'ipotesi realistica. Però il modo in cui è uscito nei quarti contro Dimitrov è stato troppo netto, quasi tranciante, per non destare sorpresa in negativo. Ancora una volta al primo ostacolo alto ed insidioso è inciampato. Malamente. Proprio come gli era capitato troppe volte in questa stagione nata male, figlia dei postumi dell'operazione alla schiena dello scorso autunno. C'è chi inizia a chiedersi se forse non abbia fin troppo accelerato la ripresa agonistica compromettendo la preparazione di base, quel fieno in cascina necessario a tirar fuori tutta la propria potenza nei mesi più intensi. Murray ha scelto una strategia opposta: tornare in campo abbastanza velocemente e ritrovare la forma in torneo. Lo disse alla vigilia dell'Australian Open, che affrontò “prendendo quel che viene in modo sereno. So che tornare al top dopo un'operazione del genere richiede tempo e pazienza, ma giocando senza stress tornerò al meglio”. Di tempo ne è passato, ma il suo meglio non arriva proprio...
Dal suo ritorno in campo sono passati 6 mesi, in cui ha giocato non pochissimo (11 tornei e due turni di Davis) ottenendo risultati complessivamente scadenti per la sua classe. Non ha vinto un torneo e non è arrivato nemmeno a giocare una finale. Forse il dato più grave è quello di non esser riuscito a battere nemmeno un top10 nel 2014. Il miglior avversario da lui sconfitto è stato Tsonga (n.11) a Miami, ma è un altro che sta vivendo una stagione assai deludente, quindi non molta gloria in quella vittoria. Alla fine è sorprendente che il suo miglior risultato e torneo sia stato il Roland Garros, dove ha lottato da leone uscendo vincitore da un paio di maratone, trovando poi un avversario troppo forte in Nadal, contro cui aveva giocato meglio a Roma. Ero presente al Roland Garros e pur non entusiasmando sul piano tecnico Andy cresceva partita dopo partita per condizione fisica, velocità, resistenza e fiducia. “Triturato” senza pietà dalla furia di Nadal in semifinale, sulla scia di questa crescita tutti si aspettavano un primo acuto al Queen's, il lancio verso la difesa del titolo ai Championships. Niente di tutto questo.
Nel torneo “della Regina” arriva al suo angolo Amelie Mauresmo ma soprattutto una cocente delusione contro Stepanek. Radek è una brutta gatta da pelare, conosce la magia del tennis sui prati e può stordirti con attacchi continui non dando mai ritmo; ma la battuta d'arresto di Murray è stata fragorosa perché nelle fasi caldi del match pareva incapace di costruire qualcosa, una reazione tecnica e mentale ad una partita che gli stava scivolando via. E' una sensazione molto simile a quella provata assistendo alla sua sconfitta contro Dimitrov nei quarti di Wimbledon. Anche ai Championships Andy sembrava in cresciuta soprattutto sul piano fisico. Grazie anche ad un tabellone non impossibile stava salendo di condizione, giorno dopo giorno, incrementando la velocità dei suoi colpi, ritrovando quelle sensazioni che al massimo livello sono tutto; quella facilità nel lasciar andare il braccio a cogliere l'apertura di campo al momento giusto, quegli automatismi dettati da lucidità e fiducia che al salire del livello fanno la differenza tra vittoria e sconfitta. Il tutto ingigantito dallo stimolo del nuovo (e sorprendente) coach, Amelie Mauresmo, ex campionessa francese che s'è buttata in quest'avventura cercando di dare una prospettiva diversa al tennis del suo nuovo pupillo. Quando tutto pareva indirizzato nel verso giusto, con quattro vittorie senza perdere un set, ecco la nettissima sconfitta patita contro Dimitrov, che è stata lo specchio impietoso dei limiti mostrati da Murray quest'anno. Va sottolineato che Grigor ha giocato un ottimo match: consistente, continuo al servizio e nella spinta da fondo, senza pause importanti; col dritto ha preso per primo l'iniziativa dettando i ritmi di gioco, senza subire la diagonale del rovescio (dove lo scozzese è nettamente più forte sul piano squisitamente tecnico) e rischiando di più. A Murray è mancata intensità e lucidità per invertire l'andamento di un match iniziato male. Troppo falloso e corto col diritto, poco “cattivo” e continuo col rovescio, dove ha accettato i back a bassa velocità dell'avversario senza riuscire ad entrare con forza nella palla e girare lo scambio a suo favore. Non ha mai fatto la differenza col servizio (schiena non ancora al top?) ma nemmeno con la risposta, e questo è l'aspetto più grave perché proprio con la risposta e con grande intensità Murray aveva vinto l'anno scorso. Andy sembra giocare “bene” ma tutto il suo tennis viaggia a ritmi bassi, senza scatti impetuosi e senza la capacità di ribaltare le situazioni in cui viene messo sotto, proprio dove era diventato fortissimo. Quel dritto che nel periodo 2011-2013 filava via retto e insidioso oggi latita, tornato più corto o mestamente in rete. Ad aggravare questa “marcia funebre sportiva” sono tornate prepotenti le sue antiche lacune: la tendenza a diventare passivo e conservativo invece di lasciare andare il braccio dopo essersi costruito il punto (o meglio ancora alla prima occasione...), e quella confusione tattica che spesso gli fa prendere decisione errate contro rivali più tosti e concreti. In pratica un netto passo indietro al periodo pre-Lendl. Incolpare Amelie Mauresmo dello Wimbledon fallimentare è ingeneroso e totalmente sbagliato: il miglior Murray latita da tempo. Semmai ad un Murray non in condizione non ha giovato il tentativo disperato di salvare uno Wimbledon che si presentava quasi impossibile con la novità, che alla fine è stata solo una complicazione.
La mancata difesa del titolo 2013 è costata un crollo in classifica al n.10, ma ad esser grave non è il dato statistico quanto la tendenza tecnica ed agonistica. In patria si è scritto molto su di lui, sui problemi e possibili soluzioni. La stampa UK è nota per andarci giù pesante, e così è stato... Se non è facile commentare la gestione dei suoi problemi fisici, l'operazione, tempistica e modalità del suo ritorno ai tornei, si può invece valutare l'impatto della improvvisa e sanguinosa separazione da Lendl, il tutto guardando al futuro prossimo, all'estate sul cemento USA che quasi ogni stagione gli ha fruttato ottimi risultati.
Il focus deve restare la salute atletica: recuperare la massima efficienza e quindi riprendere la massima intensità del suo tennis. Ma la mia sensazione è che l'equilibrio che lo ha portato allo stesso livello degli altri “Big 3” sia più fragile rispetto a quello dei fortissimi rivali, e quindi più complicato da raggiungere prima e mantenere poi. Roger ha così tanto tennis che con buona salute atletica ha ritrovato grandi risultati, nonostante la vecchiaia sportiva incipiente; Rafa sul rosso (e non solo) ha saputo elevare il suo livello, cancellando più di un dubbio sorto da una stagione non così brillante; Novak stesso ha vissuto alti e bassi, conditi da qualche scelta discutibile, ma ha vinto più di tutti e ritrovato il massimo dell'intensità proprio nel match più importante, alzando la seconda coppa dei Championships. Murray è diverso. E' partito da più lontano ed ha faticato molto di più ad arrivare allo stesso livello agonistico degli altri campionissimi. La sua prestazione top è figlia di uno sforzo superiore, di molti più ingranaggi che devono essere ben oliati, perfettamente allineati e muoversi in estrema sincronia per produrre quel tennis stellare che gli ha permesso di vincere dei Majors. Andy è partito molto più indietro sul piano fisico, ed ha dovuto lavorare duramente per diventare una “bestia” come gli altri; mentalmente le sue insicurezze sono state per anni più forti della sua saldezza sotto pressione, lacuna che veniva fuori soprattutto sulla lunga distanza perché non riusciva tenere al massimo l'intensità e la prestazione. Tecnicamente è un super giocatore, ma ha dovuto lavorare in modo mirato e scientifico per arrivare a far scorrere ogni aspetto in modo automatico e sicuro. Un materiale di altissima qualità che stentava a trovare ordine e lavorare in sincronia. Per questo, problemi fisici a parte - che sottolineo sono la causa scatenante di questa crisi spero momentanea - ritrovare il miglior Murray potrebbe esser più complicato, perché forse oggi manca il tassello che aveva completato il puzzle: Ivan Lendl.
Poche volte in anni recenti un tennista maturo era migliorato così tanto grazie alla mano di un coach. Lendl è stato molto più di un allenatore per Murray. E' stato una guida, un uomo capace di portare l'esperienza vissuta sulla sua pelle in un team spesso disorganizzato e schizofrenico, razionalizzando idee, risorse, allenamenti, aspetti tattici e tecnici. Lendl è stato come un grande imprenditore che ha preso in mano un'azienda ricca di brevetti che non riusciva a decollare, monetizzando un potenziale enorme.
Ivan è stato il primissimo professionista nel tennis a 360°, non lasciò nulla al caso. Per diventare n.1 in un mondo infestato da un tasso di talento eccezionale non tralasciò alcun aspetto del suo tennis: fisico, tecnico, mentale, agonistico, dell'alimentazione, del riposo, dei materiali, degli spostamenti, della vita familiare e del suo team. Ottimizzava ogni aspetto, con una dedizione, cultura del lavoro e del dettaglio maniacale, quasi fanatica. Un'esperienza ed una visione d'insieme che era sempre mancata alla gestione di Murray e che Lendl ha portato con durezza e rigore, arrivando a risultati straordinari in soli due anni. Lendl è riuscito ad ottimizzare il gioco di Murray, apportando ordine tattico e quindi fiducia, quell'autostima che spesso gli era mancata nelle fasi più calde dei grandi match; è riuscito a farlo diventare non solo più consistente e continuo ma anche più aggressivo, più lucido nel gestire ogni aspetto della prestazione. Più punti con la prima di servizio, più consistente col dritto grazie a cui ricava più winners; quasi cancellati quei momenti di pausa e di passività che erano da sempre il suo punto di debole. Interrotto il lavoro con Lendl proprio nel mezzo della delicata ripresa fisica, Murray sembra regredito in tutti questi aspetti, e senza la basi di un'ottima preparazione diventa quasi impossibile eccellere e giocare al top, in un tennis così fisico e duro.
Cosa aspettarsi a questo punto? L'estate sul cemento USA gli è sempre stata amica, con Flushing Meadows, suo primo acuto in un Major con la finale del 2008 e soprattutto la vittoria del 2012. Però è indispensabile che Andy ritrovi il filo spezzato con la separazione choc da Lendl. Per quelle che sono le qualità di Murray e per come si è evoluto il tennis di vertice, stento a credere che la nouvelle vague della Mauresmo possa da sola farlo diventare così aggressivo ed allo stesso tempo solido da eccellere di nuovo. Bene se il lavoro con la francese potrà dotarlo di qualche arma in più, magari spostandone leggermente il gioco in avanti e rafforzando la seconda di servizio, unico vero punto debole. A sensazione credo che Murray debba avere la forza di ripartire da dove era rimasto con Lendl, l'unico tra i suoi mille coach che era riuscito a cogliere l'essenza del suo tennis e del suo animo, ad avere la sua totale fiducia e quindi ottenere i migliori risultati. Cambiare può servire, ma non ha alcun senso cambiare quella base di lavoro e di metodo che così bene aveva funzionato negli ultimi due anni. C'è chi arriva a dire che lo scozzese abbia compiuto uno sforzo fisico e mentale così importante da aver già esaurito il suo meglio, e che il divorzio da Lendl sia derivato proprio da quello; ossia dalla constatazione che quel percorso delle due stagioni vincenti fosse esaurito ed irripetibile, e che non ci sia stata unità di visione per programmare il futuro. Purtroppo non lo sappiamo, e chissà se mai lo sapremo. Non credo che il Murray stellare di Wimbledon 2013 sia irripetibile, a patto che la schiena torni alla massima efficienza, è una condizione indispensabile. Oltre all'aspetto fisico, ritengo inoltre che solo ritrovando quella continuità e sicurezza che aveva con Lendl a suo fianco potrà tornare a giocare il suo miglior tennis, più che con una svolta tattica data dalla Mauresmo o da un qualsiasi altro coach. Difficile in una carriera al vertice compiere più di una svolta importante, e tutto lascia pensare che la vera svolta sia stata quella operata grazie al lavoro con lo “Zar” Ivan. Due titoli dello Slam, l'Oro alle Olimpiadi e altri successi (e finali) sono a testimoniarlo.

Marco Mazzoni